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Olbia e la sua gente PDF Stampa E-mail

 


La Villa Tamponi, esistente dal 1870, era stata edificata dal Sig.Giovanni Battista Tamponi, Agente Generale di Navigazione e proprietario terriero, originario di Tempio e trasferitosi nell’Ottocento a Terranova. A quell’epoca rappresentava i Consolati Inglese e Francese. La villa occupava un terreno di circa sei ettari che venne bonificato nella parte verso il mare e arrivava fino al Porto Romano dove, in seguito, sorse l’idroscalo.
Gran parte di questo terreno venne trasformato in parco con alberi di pregio e giardini bellissimi. La Villa, in stile Neoclassico, fu realizzata da maestranze toscane; edificata su due piani, sia per le dimensioni, sia per l’eleganza della struttura e degli arredi, rappresentava l’unica dimora di prestigio in città. Agli inizi del Novecento vi era stato ospitato Guglielmo II, futuro Imperatore di Germania. Negli Anni Trenta la Principessa Iolanda di Savoia, appassionata cacciatrice, fu ospitata più volte e si organizzavano battute di caccia nelle riserve dei Tamponi a Golfo Aranci. Sempre in Villa, furono ospitati in quegli anni, i Ruffo di Calabria, i Calvi di Bergolo e i Principi Chigi, per battute di caccia al muflone a Golfo Aranci e a Molara.
Ciro Piro edificò l’attuale Palazzo Piro all’angolo di Corso Umberto con Viale Principe Umberto. I Piro si erano trasferiti da Ponza all’inizio del secolo, avevano bastimenti che trasportavano cereali nell’Isola e riportavano pelli e formaggio. I figli di Ciro aprirono fino a 300 caseifici in tutta la Sardegna; questo enorme numero di caseifici era dovuto alla mancanza di mezzi di trasporto che non consentiva la raccolta del latte ad ampio raggio per cui, ogni pochi chilometri, c’era un fabbricato, spesso solo una capanna con il fornello per il fuoco di legna e l’argano per spostare le caldaie di rame.
Il caseificio di Terranova era ai cancelli di San Simplicio e, ancora oggi, esiste il fabbricato in disuso. Il cavalier Silverio Piro esportava in America moltissimo pecorino romano in forme da 20 chilogrammi. L’integrazione della colonia Ponzese con la gente di Terranova fu immediata; infatti, alla Processione per la festa di San Silverio, Patrono dei Ponzesi, partecipava tutta la città con grandi festeggiamenti.
Anni venti
Nel 1921 il cavalier Silverio Piro acquistò per centoventimila lire gran parte delle proprietà di Giovanni Battista Sanguinetti, morto in quegli anni. Il Signor Sanguinetti, chiamato familiarmente Baciccia, era nato a Rapallo, ma si era trasferito giovanissimo a Terranova. Aveva grandi magazzini di derrate alimentari in città e a Tempio. Ricchissimo, era il più importante grossista della Gallura la cui economia aveva senz’altro condizionato. Era specializzato in zucchero, caffè, farina, legname, carbone e sughero. I suoi magazzini erano dove oggi è il negozio Maciocco, in Corso Umberto 126; inoltre possedeva gli edifici davanti allo Scolastico e diversi cortili. Le derrate si vendevano nei magazzini dove oggi è il Palazzo Piro, davanti al Comune. L’attuale Via De Filippi si chiamava allora Via Giovanni Battista Sanguinetti. Quando morì, a causa di un temporale che impedì l’attracco della nave, la sua bara rimase per diversi giorni abbandonata sul molo del Porto Vecchio.
Un altro importante grossista di generi alimentari che da Terranova operava in tutta la Sardegna era il Sig. Nicolò Barca detto Nicolau, il quale, non avendo molta fiducia nei suoi parenti, si fece erigere ancora in vita il suo monumento funebre che lo raffigura con una moneta in mano. La statua esiste ancora nel Cimitero Vecchio di Olbia e la data della sua morte non fu mai incisa sulla lapide. Per anni è stata l’unica statua presente al cimitero di Olbia. Ed ancora oggi è in uso il detto “frimmu e siccu che niccolau balca”

In Via Garibaldi c’erano i cortili dove si ammassavano le merci in arrivo e in partenza; funzionava anche un pozzo con un mulino a vento che portava l’acqua alla Villa Tamponi.
Negli Anni Venti il cavalier Giovanni Roych, imprenditore brillante e moderno, acquistò quattro navi per il trasporto merci, soprattutto bestiame, dalla Sardegna a Genova e a Civitavecchia. Inoltre organizzò i caseifici che a Terranova erano in Via Risorgimento, dove oggi è il negozio di Nespolini. Morì nel 1926 a soli cinquantasei anni lasciando dieci figli. Uno di essi, Antonio, nel 1927 fondò la Compagnia Portuale Filippo Corridoni.
In quegli anni, era già presente in città, un’economia commerciale dovuta a famiglie toscane ed emiliane giunte in Sardegna alla fine dell’Ottocento. In origine affittavano i boschi per la produzione di carbone; in seguito le famiglie Bagatti, Giagnoni, Bernardi, Nizzi, aprirono a Terranova negozi di calzature, tessuti, ferramenta e terraglie varie.
Nel 1925 c’erano anche le rivendite di legnami di Mibelli e di Rasenti che diedero il via al commercio di materiali da costruzione arrivati con i velieri da Livorno e da Viareggio.
Dove ora è il Palazzo Comunale e nella zona prospiciente il mare erano tutti cortili di carbone e file di cinquanta, sessanta donne lo sistemavano in ceste che portavano sulla testa fino ai barconi che, a remi raggiungevano i velieri chiamati “barcobestia” in rada oltre l’Isola di Mezzo. Inoltre veniva effettuato un servizio chiamato il “quindicinale” con i piroscafi Campidano, Ichnusa e Lombardo, che trasportavano le merci più svariate e si ancoravano anch’essi in rada.
I carichi venivano trasportati sui barconi chiamati “bette”, di proprietà dei Tamponi, fino all’unica banchina con tettoia nel Porto Vecchio.
Interessante è la storia che lega alla città, la famiglia Colonna. Agli inizi del secolo nonno Vincenzo mandò a Terranova tre dei suoi figli per realizzarvi caseifici e gestire magazzini di derrate alimentari. Acquistarono la palazzina di Corso Umberto 22 e, nel 1928, Don Michele fece costruire dall’architetto Cippelli di Roma l’attuale Palazzo Colonna. Un altro fratello, Giosuè, edificò in quegli anni, come abitazione personale, l’attuale Palazzo Municipale ma, per motivi familiari, non l’abitò mai e, dopo qualche tempo, lo vendette al Comune.
L’ altro fratello, Antonio, aveva costruito nel 1925 Villa Clorinda. L’abitò per qualche tempo, la trasformò in albergo per un breve periodo e, prima del 1930, la cedette definitivamente alle Suore di San Vincenzo. La Ditta Colonna contava un’ottantina di caseifici sparsi in tutta la Sardegna. I titolari si spostavano con una delle prime macchine FIAT, guidata dall’autista De Luca. Don Michele fu l’unico dei fratelli che rimase in città.
Sempre negli Anni Venti, il Dottor Achille De Martis, conosciuto come “il medico di tutti”, che ogni giorno visitava le famiglie di Terranova, fece edificare dal Geometra Arturo Baravelli, costruttore in città, la palazzina Liberty al numero 7 di Corso Umberto e, nell’occasione, venne alla luce la cripta mortuaria dell’antica Chiesa di Sant’Antonio Abate.
Il geometra Baravelli era, per le caratteristiche dei sardi, molto alto, con lui lavorava spesso un solerte muratore, nonno dell’ingegnere Enzo Tommasello, da anni a Macomer. Il contrasto tra i due consegnò all’operaio lo stivinzo di Baravelleddu.
Casa De Martis, a pianterreno, ospitava locali commerciali; al primo piano, dove erano una decina di stanze, risiedeva il Dottore, la moglie, e quattro figlie che non si sposarono mai, sempre attive nei lavori domestici e impegnate in opere di beneficenza.

In Corso Umberto, angolo Via Porto Romano, dove oggi si trova quella di Lupacciolu, c’era la Farmacia del Sig. Cesare Giorgini, di origine marchigiana, che aveva lottato attivamente per l’approdo del piroscafo di linea a Terranova. Abitava con la sua famiglia nel palazzo sopra la farmacia e, nello stesso stabile, risiedeva il Commendatore Tomaso Tamponi, proprietario terriero.

Questi amava ricevere amici ed ospiti anche dal Nord Italia, come i Conti Martini e Rossi che arrivavano a Terranova per battute di caccia a pernici, lepri e mufloni.

Negli Anni Venti, un imprenditore di Taranto, Saverio De Michele, introdusse in città la mitilicoltura, impiantando vivai di cozze e creando una florida economia per i terranovesi molti dei quali, prima dipendenti, si misero poi in proprio. Saverio De Michele, che già operava a Taranto, scelse Terranova per la posizione riparata del suo golfo; con lui arrivarono i generi Domenico De Michele ed Angelo Tancredi.
Successivamente la Ditta comprese altri soci, sempre provenienti da Taranto e, tra questi, Vincenzo Mignogna. Tutta la colonia tarantina prese dimora in un palazzo in Piazza Crispi, conosciuto come il Palazzo dei Tarantini. L’impatto con la realtà terranovese fu positivo dall’inizio e gli imprenditori pugliesi si ambientarono bene nel tessuto socio-economico della città. Allora, i vivai occupavano lo specchio d’acqua dal Porto Vecchio fino alle Saline; la semenza dei mitili veniva importata da Taranto e da La Spezia, mentre le corde e i pali per i vivai da Torre del Greco con i bastimenti dell’Armatore Achille Onorato. A quei tempi i mitili non erano molto conosciuti in Sardegna, il mercato principale era Napoli.
In quegli anni la città arrivava ai Cancelli di San Simplicio e a Porto Romano e, lungo Via Regina Elena, fino alla Croce. Esisteva, allora, l’elegante Caffè Pasticceria Mureddu nella piazzetta al l’inizio di Via Giacomo Pala. Nella vasta sala del Caffè, durante il Carnevale, si tenevano balli, si organizzavano banchetti e si giocava al biliardo. Nel vicino cortile di “Mussulai”, abbreviazione storpiata nell’immigrato in Francia Monsieur Lai, funzionava in estate un cinema all’aperto dove si esibivano anche cantanti, funamboli ed illusionisti. Un altro cinema all’aperto, in quegli anni, era situato in Viale delle Terme, nella discesa che porta oggi alla Scuola Media “Ettore Pais”.
In Corso Umberto c’era la rivendita di Tabacchi N. 1 di Rasenti, che comprendeva anche mescita di vino e ristorante. Oggi è ancora lì, solo come Tabaccheria.
Negli Anni Venti gli uomini si riunivano in Piazza o nei “zilleri” dove, oltre a bere vino, si giocava a carte e si facevano spuntini a base di polpi, cannolicchi, granchi bolliti (ganzu cottu) e bocconi. Ci si riuniva anche nelle vigne e negli orti per spuntini. Il Corso era acciottolato e con le rotaie, la Piazza era in terra battuta, circolavano moltissimi carri a buoi e l’immondizia veniva ritirata da carri trainati da cavalli. Il passaggio di grandi mandrie di bovini che attraversavano il Corso dirette all’imbarco sulle navi era segnalato dal banditore Zi’ Antoni Lana. Era lui che, con la sua tromba, prima a piedi e, negli anni seguenti, in bicicletta, sollecitava i passanti a scansarsi. Fino al 1925 l’imbarco del bestiame avveniva dove poi sorse l’idroscalo; esisteva allora un pontile di legno alla cui testata ormeggiavano il piroscafo “Torero” ed altri destinati a questo traffico che rappresentava un’importante risorsa dell’economia sarda. Nel viaggio le mandrie erano accompagnate da custodi specializzati chiamati boari e dai proprietari. Fino ad allora, eccettuate le famiglie terranovesi proprietarie di terre, che davano a mezzadria o a pascolo e che quindi vivevano di rendita, la popolazione locale era composta per lo più da massai, carrolanti, pescatori; c’era poco lavoro anche per gli scalpellini, i muratori e per gli artigiani. Era segno di rispetto rivolgersi a persone di ceto più elevato con l’appellativo di “Babbaj” e “Mammaj”.
Tra le famiglie originarie di Terranova ricordiamo i Bardanzellu, grandi proprietari terrieri nell’agro, possedevano intere vie del centro; tra le altre, la palazzina di Via Olbia n° 5, restaurata con gusto ha conservato l’atmosfera di quel tempo. Giovanni Maria Bardanzellu, figlio del ricco Pasquale, in quegli anni viveva delle rendite delle sue terre, possedeva bestiame e cavalli, anche da corsa. Produceva vino e vendeva sale; era generosissimo e ai matrimoni regalava appezzamenti di terra e case; ai battesimi, un vitello o un fucile se era un maschio; aveva più di cento figliocci. Il giorno dei Morti, nella sua tenuta a Marana, venivano uccise le bestie per i poveri e dava in elemosina pane e carne. Era anche un appassionato cacciatore.
Anche la famiglia Putzu, originaria di Terranova, possedeva moltissime terre e capi di bestiame. I vecchi olbiesi ricordano ancora Babbaj Franziscu e il matrimonio di una sua parente, celebrato secondo le antiche usanze. A quei tempi, moltissimi terranovesi, avendo gli stessi cognomi, si conoscevano con i loro soprannomi “istivinzu” e, per distinguersi, avevano questi nomignoli tramandati da padre in figlio.

Ecco di seguito le variazioni sul cognome Degortes: Laccone, Gangau, Chineddu, Pinzellu. Ninnita, Dulduru, Cagheddu, Cagareie, Todò, Ziu Battisteddu, A ojol de attu, Mureddu, Zenzerinu, Paottu, Pau Melone, Paulinu Tazzone, Todde, Discipulu, Scaciau, Sperrittu, Manefolle, Piconedda, Giualeddu.

Questi “sos istivinzos” relativi all’altra grande casata degli Spano: Antunnu, Attatare, Babbai, Boboia, Boccia, Buccia, Cabidone, Catrucca, Ciaffiu, Colcò, Cossitta, Cummissu, Istagnu, Frusciulinu, Tommasgiccu, Trascheddu, Tazzone, Trobea, Rondello, Rudigliu, Ruggine, Padre, Pibia, Pilone, Panemodde, Saccheddu, Stampabuccu, Sopokos, Strazzu, Mazziganu, Monteddu cagadu, Muscella, Zazzà, Ziacionca.

Si organizzavano feste campestri, la più importante delle quali, per i ceti agro-pastorali, era quella di San Isidoro, patrono dei massai. Si festeggiava a settembre e alla processione sfilavano carri parati a festa, tirati da buoi infiorati ed infiocchettati. Con spuntini all’aperto si festeggiavano anche, nelle omonime località, Cabu Abbas, lo Spirito Santo, San Vittore, Santa Mariedda e Santa Lucia. Il Lunedì di Pasqua i carrolanti andavano a Cabu Abbas, a Porto San Paolo si organizzavano grigliate di pesci e di agnelli; molti andavano coi carri, vere e proprie carovane tipo Far West, a Sa Marinedda dove le donne, regolarmente vestite, s’immergevano per il primo, bagno.
Il 15 Maggio, mesu maiu, era la grande festa in onore di San Simplicio. La processione attraversava la città pavesata ed infiorata. Il patio partiva da Via Vittorio Veneto fino ai Cancelli, si teneva la regata dei chiattini al Porto Vecchio, suonava la banda ed i fuochi d’artificio illuminavano la notte. Alla festa di San Giovanni, il 24 Giugno, arrivavano tutti i campagnoli perché in Piazza Regina Margherita si teneva la Fiera della cera e del miele e portavano anche lana e formaggio spiattato a forma di uccellini. Dopo la processione, la notte, si accendevano i fuochi che, saltati per tre volte, stabilivano il legame di “compariu”. La festa durava tre giorni, con canti sardi, corse di sacchi, l’albero della cuccagna al Porto e le corse dei cavalli al Fausto Noce.
Un terranovese molto benvoluto era il Sig. Andrea Pintus, nato nel 1885, proprietario terriero e commerciante, aveva il deposito, del grano dove ora è la Tirrenia.
Abitava nel palazzo in Corso Umberto 78, costruito per lui dal geometra Baravelli. Nel 1925 aveva bonificato 600 ettari che possedeva a Venafiorita, aveva anche 18 ettari di orto per la cui irrigazione, nel 1927, terminò una diga con un invaso di 400.000 metri cubi d’acqua, l’unica di un privato, esistente allora in tutta la Sardegna. Per questa opera spese un milione di lire e impiantò un uliveto di 7.000 piante. Il Sig. Andrea passava gran parte della sua giornata a curare le sue terre.



Negli Anni Venti il mercato coperto si trovava nell’attuale Piazza Matteotti e negli scantinati si tenevano al fresco le carni e le derrate. All’angolo tra la Piazza e Via Acquedotto c’era la cantina dei Forteleoni dove si vendeva vino di proprietà che veniva da Luras. Recentemente è stata ristrutturata nel rispetto delle caratteristiche originali ed ospita una trattoria.

Al posto dell’attuale Mercato Civico, c’era il lavatoio. Le donne vi andavano a prendere l’acqua con le brocche. Altre fontanelle erano in Via Sassari ed ai Cancelli di San Simplicio.
La Chiesa di San Simplicio, splendido esempio di architettura romanico-pisana, risalente alla fine del secolo undicesimo, fino ai primi decenni del Novecento era una Chiesa suburbana. Considerato il perimetro delle mura dell’Olbia medioevale, restato tale e quale fino alla metà dell’Ottocento, per centinaia di anni tra San Simplicio e la città intercorse quasi un chilometro di distanza. Una vecchia leggenda racconta di un cunicolo sotterraneo che collegherebbe la Chiesa di San Simplicio, ora Basilica minore, alle campagne di Cabu Abbas. In età romana, nella regione che porta questo nome, attraverso canali sotterranei, l’acqua di varie sorgenti veniva fatta confluire in camere di decantazione, i cui ruderi si scorgono ancora oggi. Da qui, attraverso un condotto, l’acqua arrivava alle Terme dell’Olbia romana.
Sempre negli anni Venti, l’abbeveratoio era situato all’inizio di Via Dettori dove oggi è il Cinema Astra e, nel locale attiguo, si ammazzavano i bovini.
La centrale di decantazione dell’acqua che proveniva dal vecchio acquedotto era dove attualmente è la Posta. Davanti allo Scolastico, che dal 1911 ospitava la scuola elementare, lavoravano gli Azzena, noti Costicedda, artigiani del legno motto bravi che intarsiavano mobili in noce. Al Corso aveva una bottega di calzolaio il signor Orsini; personaggio caratteristico, girava sempre in bombetta e mantella nera e seguiva immancabilmente tutti i funerali. Quando lui morì pioveva a dirotto e c’era una gran folla. Il Corso era una marea di ombrelli aperti e questo particolare è ancora impresso nella memoria di molti Olbiesi. Il Municipio in quegli anni era in Corso Umberto, nella piazzetta delle Palme, dove oggi si è finalmente provveduto alla ristrutturazione ed al completo restauro dell’edificio che attualmente ospita la Biblioteca Simpliciana. All’angolo di Via delle Terme con il Corso operava la Banca Italiana di Sconto che poi fallì in tutta Italia. In Via Piccola, in Via Garibaldi e in Via Nuova, esistevano dei forni di Zia Mirra, Zia Paoledda e Zia Maria Furraia per la panificazione e, durante la Pasqua, per i dolci tipici. Presso il canale, davanti all’attuale Bruno Nespoli, c’era un hangar per i dirigibili Zeppelin, il cui capannone venne scoperchiato da un vento fortissimo.

Le donne terranovesi portavano allora le tradizionali “unneda a capinu”, gonne nere, lunghe e doppie che si adattavano sulla testa, lasciando scoperta la fronte ed avvolgendo spalle e fianchi. Risale a quei tempi la fondazione, a Terranova, del primo Circolo di Lettura, in Corso Umberto dove fino a qualche tempo fa era il Comando della Guardia di Finanza. Lì ci si riuniva per giocare a carte, a scacchi e per altri scopi, puramente ricreativi.

Allora la separazione sociale era netta e le famiglie della borghesia si frequentavano assiduamente.
Importante era la Ditta Balata, in Via Sassari, che comprendeva la Centrale Elettrica per l’illuminazione pubblica e privata, il Molino con Panificio meccanico e la Fabbrica del ghiaccio. Questo veniva venduto a peso per le strade, su un carretto trainato da un asino e coperto da sacchi di iuta.
La sala da ballo più frequentata era il Chicchirichì all’ultimo piano del palazzo del cavalier Piro in Porto Romano, dove poi si apri l’Albergo Italia, l’attuale Expò. Vi sì esibivano anche le Compagnie di Operette e, durante il Carnevale, si organizzavano balli in maschera.
Nell’orchestrina suonavano i fratelli Secchi, la sala si riempiva di coriandoli e stelle filanti, tanto che si dovevano interrompere le danze per ripulire i pavimenti e poi i balli proseguivano fino al mattino. Nel cortile del Caseggiato Scolastico di Corso Umberto si esibiva, in estate, il famoso Carro di Tespi con attrici famose e cantanti lirici. Nel 1802 esisteva in Terranova l’Albergo Ristorante Vittoria che, nel 1912, diventò Pausania, l’attuale Gallura. Negli anni Venti, oltre al Pausania, c’era la Trattoria della Pace - Vini e Liquori - di Giustina Fattori, con stanze, nel palazzo Azzena in Corso Umberto. Un’altra trattoria, della Signora Carolina Spano, dal 1910 al 1932, era dove oggi è il Bar Italia. La popolare locanda di Ciccia Montesa si trovava dove oggi è la Galleria Marchioni.
A quei tempi si andava a fare i bagni a “Su Arrazolu”, dove poi è sorta la Palmera e, in seguito, nell’attuale zona Mogadiscio e le donne si cambiavano protette da grandi lenzuola bianche. Nel 1924 venne acquistata dalla Ditta Ciro Piro una Fiat 501 targata Sassari 2, la guidava l’autista Dario Fiorentino. Andrea Pintus possedeva una Fiat targata 3 e successivamente acquistarono automobili i signori Baravelli, Tamponi e Colonna.
Proprio l’autista dei Colonna, il Sig. Augusto De Luca, come riportò La Nuova Sardegna dell’epoca, fece per quei tempi “una prova ardita guidando la vetturetta leggera da Dorgali a Cala Gonone in 35 minuti attraversando tutta la montagna”. Lo stesso De Luca nel 1925 si mise in proprio fondando l’Autonoleggio con conducente, prima con una Fiat 509 e poi con un’Alfa Romeo. Generalmente effettuava il servizio Terranova-Tempio e caricava i passeggeri che sbarcavano al porto. Cominciarono quindi a circolare diverse automobili a Terranova, guidate direttamente dai proprietari come Roych, Fiorentino, De Filippi, Giorgini, Campesi, Palitta, Bagatti e Sardo.
Nel 1922 in città venne fondato il Fascio. Artefici i signori Roych, Farina, Campesi e il cavalier Stefano Linaldeddu che fu podestà dal 1926 al 1932. Il 4 febbraio 1926 una sfilata del regime si avviò lungo Corso Umberto fino al vecchio Municipio sul cui piazzale si svolse la solenne cerimonia per lo scoprimento della lapide ai Caduti di Terranova nella Grande Guerra.
La vita religiosa in città, grazie all’azione di Monsignor Cimino che dal maggio 1926 era Arciprete della Parrocchia di San Paolo, si era come svegliata da una lunga apatia. Era un parroco dinamico, vigoroso, autoritario, attento ai bisogni di tutta la popolazione e partecipava attivamente alla vita di ogni famiglia. Nel primo anno della sua attività parrocchiale unì in matrimonio ben 30 coppie di terranovesi che convivevano da anni.
Nel 1927, dal 13 al 6 maggio, organizzò il Congresso Eucaristico Diocesano e tutta la cittadinanza partecipò ospitando nelle case i pellegrini che arrivarono da tutta l’isola. Dopo i primi due giorni di conferenze, si tenne la Messa Pontificale celebrata dall’Arcivescovo di Sassari e dai Vescovi di Tempio e di Ozieri. Il palco-altare venne allestito da Don Michele Colonna nel piazzale del Porto Vecchio e da qui partì la Processione che attraversò tutta la città parata a festa.
Il 15 maggio 1927, il Vescovo di Sassari Monsignor Cannas, inaugurò col primo volo l’idroscalo di Terranova, realizzato nello specchio d’acqua del Porto Romano i cui falsi riflessi furono causa di numerose sciagure durante l’ammaraggio dei velivoli.
Il 21 aprile 1928 arrivò in città il famoso “trasvolatore dell’Atlantico”, Comandante De Pinedo, il quale, sempre all’idroscalo, inaugurò la linea aerea Ostia-Cagliari.
Nel 1920 era fotografo in Terranova il signor Giuseppino De Rosas, noto Meloni (il padre di Marino Derosas, grande gloria musicale dei nostri giorni). Eseguiva ritratti ed era considerato un artista del ritocco. Riusciva a valorizzare i particolari interessanti di un volto sfumandone i difetti; tutti i terranovesi e gli abitanti delle campagne si facevano ritrarre da “Meloni su fotografu” e moltissimi suoi lavori si possono ammirare oggi come fotoceramiche nel Cimitero cittadino. Il suo stile era inconfondibile per la qualità dell’immagine ottenuta attraverso il ritocco e per la tecnica delle luci. Imponeva ai suoi clienti, uomini e donne, di posare per lui in abito elegante; i signori in cravatta, le signore ben pettinate. Infatti nel suo studio teneva un assortimento di pettinini, rossetti e qualche cravatta. Chi si presentava in disordine veniva gentilmente invitato a ritornare più presentabile. Quando doveva riprodurre fotografie di persone decedute col ritocco riusciva ad eliminare barba incolta, ciocche di capelli fuori posto e creare cravatte dove non esistevano. La sua pignoleria lo portava qualche volta a consegne di lavoro un po’ tardive ma, l’ineccepibile risultato finale giustificava ampiamente l’attesa.
Il Re Vittorio Emanuele III, nel maggio del 1929, arrivò a Terranova e una folla in festa seguì l’automobile che trasportava il Re in visita alla città.
Il 28 novembre di quell’anno, il Signor Osvaldo Gandini aprì il suo Salone di Barbiere in Corso Umberto 106 e divenne il punto di ritrovo di tutta la borghesia cittadina. Dal salone di Osvaldo uscirono le migliori forbici della città. Ci si ricorda ancora quando gli affezionati clienti tornavano a casa con i piccoli calendari profumati che ritraevano le donnine a seno nudo; oltre alle mogli, anche il regime proibiva la libera circolazione di questi ricercatissimi souvenir.
Una certa ripresa a Terranova si ebbe a partire dal 1932. La popolazione allora era di circa 11.500 abitanti; nel 1929 il Signor Raffaele Balzano, ponzese, pioniere dello spettacolo, apri il Cinema Orfeo in Corso Umberto davanti allo Scolastico. Un incendio distrusse il cinema e nel 1934 il Signor Raffaele col primogenito Giuseppe, grande appassionato di spettacolo, inaugurò l’Olbia in Via delle Terme, in un locale del suo amico, il cavalier Piro. Per un decennio l’iniziativa dei Balzano, affidata a tutta la famiglia composta da nove figli, richiese sacrificio e costanza poiché la mentalità del paese non era così avanzata da apprezzare il cinema ed il teatro. Ricorda un familiare che, durante una rappresentazione della Cavalleria Rusticana, arrivati alla morte di Compare Turiddu, quando l’attore si rialzò per ringraziare si trovò davanti un pubblico scarso ma inferocito per quella che riteneva una presa in giro visto che Turiddu non era morto davvero e poi minacciarono Raffaele Balzano con i coltelli per farsi rimborsare il costo dei biglietti.
Durante il Carnevale nei locali del Cinema si organizzavano affollati balli in maschera e il Signor Mario, uno dei fratelli Balzano, preparava nel forno a legna la pizza napoletana che veniva servita calda all’una di notte.
Allora, esisteva il Circolo del Littorio che contava una sessantina di soci e si trovava in Corso Umberto 53. Presidente, per un certo periodo, fu Franco Bergami, industriale del sughero. I suoi cortili erano dietro la Caserma dei Carabinieri di via D’Annunzio e poi la fabbrica si trasferì dove oggi è l’Hotel President.

Anni trenta.
Dal 1929 i Signori Angelo Denza e Romeo Cervelli avevano preso in gestione l’Albergo Italia in Porto Romano, vi si tenevano anche rinfreschi e ricevimenti di nozze.
Negli Anni Trenta, le signorine di Terranova frequentavano l’istituto San Vincenzo dove si prendevano lezioni di pianoforte, pittura, recitazione, ricamo e francese. L’istituto era anche Ricovero per gli Anziani e Orfanotrofio femminile.
A quei tempi la passeggiata era un rito serale che si svolgeva sul Corso, dalla piazza Regina Margherita all’angolo della Chiesa di San Paolo e viceversa. La Chiesa, risalente al 1700 nella struttura più antica, verrà ampliata nel 1939 con la costruzione del transetto e della cupola realizzata dal signor Antonio Derosas, noto Cristusantu, abilissimo capomastro che aveva costruito anche il Palazzo della Finanza e quello dei Ferrovieri.
Allora c’erano le carrozze a cavalli che svolgevano servizio pubblico e privato, posteggiavano davanti al Gallura, alla Stazione e all’Isola Bianca. Queste carrozzelle lavorarono fino ai primi anni ‘60, ricordiamo i Signori Matteo Delogu e Giovanni Spano. In Corso Umberto, vicino alla trattoria di Compai Giuanni, c’era il negozio di biciclette del Signor Peppino Leggieri che, negli anni Venti, da Taranto, si era trasferito a Terranova.
Le famiglie allora conducevano una vita molto casalinga, le donne generalmente uscivano solo la domenica e nei giorni di festa. Dalla penisola arrivavano rappresentanti di ditte che eseguivano ritratti da fotografie; sarte private di Terranova come le Azzena, note Costicedda, cucivano per le signore; da Bari, alla fine degli anni Venti, erano arrivati i Signori Favuzzi che vendevano, casa per casa, pezze di tela per corredi e tessuti. Molte signore facevano arrivare vestiti e cappelli eleganti da Bologna e da altre città.
Da Tempio il Signor Giovanni Cossu, noto “Lu pesciu”, arrivava a Terranova per prendere le misure alle clienti e cuciva gli abiti nella sua sartoria come anche il sarto Tola di Sassari. Dalla Toscana erano arrivati in città i Ghelfi, rappresentanti di gioielli, che negli anni Trenta aprirono la prima oreficeria al N. 118 di Corso Umberto. Dei negozi dell’epoca ricordiamo Novità, Carboni, Carlini che, in Corso Umberto dal 1905, divenne emporio nel 1930 e vendeva di tutto: dai chiodi (era conosciuto come lo “ciuddaio), ai gioielli, alle candele.
Dagli anni Venti aveva aperto, in Via Porto Romano, il primo negozio di mobili e, in seguito, anche di tessuti e di scarpe, il Signor Pietro Carassale di origine ligure. il negozio di Terzitta nel 1920 venne aperto in Via Acquedotto; negli anni Trenta era in Via Regina Elena e, dal 1943, si trova in Piazza Regina Margherita. I terranovesi, a quei tempi, consumavano principalmente legumi, polenta, baccalà, il pesce, che molti pescavano al Porto Vecchio e, una volta la settimana, la carne.

La macelleria del signor Paolo Spano noto “Saccheddu” era in Piazza Matteotti e, in casa, gli Spano preparavano salsicce, il sanguinaccio e la testa in cassetta. Come condimento si usava il lardo e lo strutto; i poveri estraevano l’olio dal lentischio, invece l’olio di oliva lo portavano dai paesi e si vendeva per le strade. Il negozio più caratteristico era quello del Signor Benedetto Cristo, aperto alla fine degli Anni Venti in Corso Umberto. Il proprietario, un Ponzese simpatico ed onesto, vissuto per anni in America, era specializzato nella vendita di baccalà, aringhe, gallette, conserva di pomodoro; fece conoscere ai terranovesi la pasta Voiello ed era il fornitore della Regia Aeronautica.
A quei tempi giravano per la città molti ambulanti, ricordiamo il Signor Diego Bonomo che vendeva pelli di volpe, uova, cestini, tordi, pernici e lepri e la sera si recava all’Isola Bianca per la partenza della nave diretta a Civitavecchia. Sempre all’Isola Bianca vendevano artigianato sardo in pelle il Signor Salvatore Mesina ed i suoi figli. Una famiglia terranovese, gli Spano noti “Ciaffiu”, commerciavano in frutta e verdura, pesci e mitili. I venditori di mirto come il signor Emanuele Cocco offrivano anche granchi, cozze, anguille, arselle, ostrichette di scoglio, cannolicchi, bocconi, asparagi, pere selvatiche, corbezzoli e funghi.
Le lumache le portava da Sassari Francesco Mulas. Da Napoli era arrivato nel 1923 a Terranova Carmine Merone e la sua famiglia. Giravano con i carretti e barattavano abiti vecchi e stracci con articoli casalinghi. Bellarosa*, da qui il soprannome, vendeva bellissimi fiori finti e fatti da lui.
(*Nella memoria collettiva, sembra invece che il nomignolo Bellarosa, del resto per un’intera esistenza accreditato a Mario Vollaro, derivi proprio dall’abilità del papà di quest’ultimo notissimo personaggio di Olbia. Il signor Vincenzo Vollaro, per arrotondare il salario di sommozzatore, svolto prima a La Maddalena, usava realizzare origami con la carta, fiori e rose che riusciva comunque a vendere. Il soprannome gli fu affibbiato proprio ad Olbia e rimase per sempre il marchio distintivo, la casata di Mario e dei suoi fratelli, anche quando venne fondato il famoso club Bellarosa sostenitore della squadra dell’Olbia, di cui era e rimase a vita il presidente onorario. Un interessante aneddoto del padre Vincenzo lo vuole ineffabile conoscitore dell’olbiesità ed a chi chiedeva un giudizio sulla gente terra novese usasse dire, nel suo dialetto campano: “Olbia t’ho dà, Olbia t’ho pija”. Quasi a significare che sarebbe meglio non illudersi di aver conquistato il cuore della gente, se sgarri, la stima svanisce.)
Negli anni seguenti arrivò in città il Signor Lizzano, d’origine barese, che vendeva pizzi e merletti adagiati su un ombrello aperto o portati a tracolla. Gli Orgiu vendevano per le strade oggetti in rame e in ferro battuto. In quegli anni in città abitavano dei grandi cacciatori. Ricordiamo Miuccio Farina, Ziu Corigheddu, il commerciante di bestiame Nicola Fresi, l’orefice Ghelfi. Infatti, Terranova ed il suo territorio, rappresentavano un vero paradiso che richiamava moltissimi cacciatori di cinghiali, lepri, beccacce, quaglie, tordi e pernici. Queste, al mercato, costavano allora tre lire al pezzo. Il paese si animava quando in serata rientravano gli uomini con i carnieri pieni e i loro cani da caccia invadevano le piazze e le vie. Terranova si estendeva fino ai cancelli di San Simplicio; oltre c’erano solo vigne, orti e campagne. I matrimoni generalmente si svolgevano a piedi e, raramente, in macchina.
In quegli anni, in Piazza Regina Margherita, piastrellata dal 1935, c’erano una pompa di benzina, l’edicola di Battista Villa e, dove oggi c’è il Bar Mary, si trovava la Pizzicheria Sbriccoli di Norcia, con grande esposizione esterna di salumi.
Negli Anni Trenta erano presenti in città gli industriali caseari greci Lekas e Drivas, Kalantzi e Makris-Kapatsoris. Avevano scelto la Sardegna per l’ottima qualità dell’abbondante latte di pecora e si erano specializzati nella produzione della “feta” e di altro formaggio che esportavano in America. Ancora oggi, in Via delle Terme angolo via Santa Croce, esiste la struttura del caseificio Kapatsoris ed i vecchi strumenti di lavoro; una parte dell’edificio è stato ingegnosamente ristrutturata ed è la prestigiosa sede dello studio Arkitekton.
Negli Anni Trenta-Quaranta, oltre al potenziamento dell’industria casearia e della mitilicoltura, si sviluppò un’economia direttamente legata al porto. Infatti, bastimenti di piccolo cabotaggio collegavano le fornaci della Toscana alla Sardegna col trasporto di materiale edile, talco e carbone che, da Terranova, arrivava fino a Buddusò, nell’Ogliastra e, soprattutto, nel Nuorese. Quindi nacquero diverse ditte specializzate nella vendita di materiale da costruzione. In città i forni della calce di Marras si trovavano dopo il Ponte di Ferro sulla strada per Mogadiscio. Il calcare veniva trasportato dall’isola di Tavolara sulle cosiddette barche di zavorra “de sa saurra”.
I primi trasporti con autocarri per i collegamenti con le province di Sassari e Nuoro erano effettuati dalla Ditta Mibelli con sede sul lungomare in via Genova. In Terranova vi erano circa 200 carrolanti che trasportavano derrate e materiali arrivati con i velieri ed i piroscafi.
Il banditore annunciava l’arrivo in porto di queste navi che spesso portavano anche stoviglie e masserizie provenienti generalmente da Ponza e dalla Toscana. I massai svolgevano attività agricole e piccoli lavori artigianali e di trasporto. C’erano i portuali divisi in due rami: per il carico e scarico merci ed i boari per il carico e scarico bestiame. Molto lavoro si svolgeva alla “Piccola”, lo scalo merci. Vicino c’era, appunto, il campo boari, un recinto per il bestiame in attesa dell’imbarco, che poi venne trasferito dove oggi è il Centro Martini.
S’imbarcava formaggio, sughero, talco, lana, pelli, radica, scorza; si esportava molto pesce di “prima”, a Roma e a Genova; i depositi più forniti erano quelli di Nanni e di Benetti in Via De Filippi.
I Benetti, di Viareggio, erano arrivati a Terranova alla fine dell’Ottocento con le paranze, commerciavano pesce all’ingrosso, lo esportavano nella penisola e lo importavano congelato dall’Olanda.
Si viveva già più dignitosamente; gli uomini si riunivano sempre in piazza e frequentavano i botteghini o “zilleri”. Uno era quello di Tazzone dove oggi è lo Studio 21, un altro era in Piazza Matteotti. Va segnalato che il soprannome Tazzone segue il passaggio di gestione tra gli Spano, primi gestori dell’esercizio di vendita di vino, ai Degortes che lo rilevano e, tutt’ora conservano il titolo “nobiliare”.

Qui, il sabato sera, arrivavano i pastori a cavallo, si facevano grandi bevute e spesso le serate finivano in risse e scazzottate. Una trattoria molto frequentata era quella di Compai Giuanni in Corso Umberto dove oggi è il negozio di Maloccu. Dagli Anni Trenta avevano fatto la loro comparsa i primi venditori ambulanti di gelati che giravano tutto il paese con i carretti bianchi dove il gelato, fatto in casa, veniva mantenuto nella sorbettiera. Ricordiamo il Signor Rino Piva, noto “Compare” e il Signor Bonomo.
Fin dai primi anni del secolo in tanti, dall’interno, arrivavano con i carri per acquistare tutto a Terranova, particolarmente predisposta per i commerci data la sua posizione geografica e, grazie al suo clima mite, luogo scelto anche dai pastori degli altipiani per svernare. Molto spesso si trattava di proprietari di grossi greggi che arrivavano per la transumanza e prendevano in affitto i pascoli. La piana di Terranova e il suo agro, paludoso e malarico, erano stati risanati tra il 1900 e il 1930. Ciò aveva portato ad un’ulteriore disponibilità di territorio agrario per i proprietari della città, poco inclini però, a sfruttarla direttamente.
In estate si andava all’Isola di Mezzo con le barche di Ziu Padellina e Ziu Nicola. Era frequentato anche lo stabilimento balneare a pagamento realizzato dal Signor Stefano Deiana, noto Ziu Cocciu: i Bagnetti, presso l’attuale Capitaneria, dove la sera si ballava in una Rotonda accompagnati da un’orchestrina.
Con la barca a motore di Ziu Filippo si raggiungeva la spiaggia del Padrongianus che, come veniva definito dal Giornale d’Italia del 30 agosto 1939 era “Il Lido di Olbia”.
Lungo il Corso si trovavano le case eleganti e in via Regina Elena c’era la Caserma dei Carabinieri. I pescatori e gli arsellai vivevano in Piazza Crispi e nelle vie adiacenti; dove oggi è la proprietà Manunta c’erano le cosiddette “case di primera” di commercianti toscani di laterizi e di carbone come il signor Zecchini. Invece i fornai, i ramai, gli artigiani, i fabbri, i calzolai, i raccoglitori di mirto e i caldarrostai vivevano nel centro storico. Nella zona di San Simplicio abitavano per lo più vignaioli, ortolani, massai, carrolanti, maniscalchi e scalpellini.
Nel 1925 era stato inaugurato il Campo Sportivo Armando Casalini, ora Stadio “Bruno Nespoli”. I calciatori del Terranova giocavano in un campo dove oggi è il Centro Martini. La squadra era seguitissima e, nel 1938, arrivò alla Serie C. Ricordiamo, tra gli altri, Rondello, Piro, Deiana, Jodice, Picciaredda, Piras, Paolino Careddu, l’allenatore Salvatore Satta e il presidente Gesuino Sardo. La formazione che affrontò la C era affettuosamente chiamata dai tanti tifosi “la squadra dei Negrini e dei Negroni”. Oltre ai locali Careddu, Satta noto Menelik, Piras, Deiana e Spano, vi giocavano il portiere Miglio, Patalani, Squarcialupi, Benuzzi, Mandano; l’allenatore era De Palma, presidente sempre Gesuino Sardo. Durante il Fascismo, nel 1931, al Concorso Dux parteciparono 1.500 squadre provenienti da tutta Italia e quella di Terranova, allenata dal Signor Simplicio Deiana, si classificò prima assoluta. Il concorso comprendeva prove di ginnastica, corpo libero, salto ad ostacoli, corsa, lancio della palla di ferro, tiro al giavellotto e il cosiddetto percorso di guerra. Le finali si tennero a Roma, ogni squadra era composta da dieci adolescenti più un caposquadra.
Siamo in piena Era Fascista: è l'anno XVII, vale a dire il 23 luglio del 1939 quando l'Olbia, dopo un campionato e le vicende che poco prima abbiamo descritto, a proposito di Catello Piro, vince il campionato di calcio. S.P., sempre Sergio Peralda, cronista della Nuova Sardegna, annota: "Ora che il Terranova è entrato in Serie C, siamo certi che la volitiva squadra della GIL Terranovese rappresenterà degnamente nella Serie C la provincia di Sassari e saprà tenere alto, anche nel campo dello sport calcistico, il buon nome degli atleti di Sardegna." Ma questo è un anno decisivo per le sorti della squadra e della città. E non solo. Martedì, 10 ottobre 1939: L'Isola, il giornale ufficiale del fascio, inizia così una corrispondenza olbiese: "Ci telefonano da Roma: La Gazzetta Ufficiale pubblica il decreto con cui il comune di Terranova Pausania è autorizzato a cambiare la propria denominazione in Olbia". Da quel momento, visto che diventa esecutivo il decreto di Agosto, ufficialmente inizia l'era moderna dell'Olbia. La squadra era partita malissimo in Coppa Italia (sarà l'unica gara disputata in Coppa Italia maggiore) battuta per 9-0 a Cagliari ed aveva iniziato in maniera pessima il girone C della Serie C subendo una serie di sconfitte come il 7-1 del 1 ottobre, con la MATER Roma (nella quale, si diceva, a torto, giocassero ben 5 ex-nazionali, ma sicuramente militava il mitico Fulvio Bernardini) e il 4-0 la domenica successiva patito ad Orbetello. I dirigenti in quella settimana cruciale consegnarono all'allenatore De Palma quattro rinforzi: Benuzzi, Patalani, Esposito e Vagnoni. Assieme a loro rientrarono nell'organico anche Squarcialupi, Zandano e Puccetti, fuori forma nella prima fase del campionato. Il 15 ottobre 1939 ad Olbia, finalmente ridiventata Olbia, giunse lo Stabia. Il Terranova giocò in maglia bianca con la seguente formazione: Spano I° (Antonio), Patalani, Picciaredda I (Giovanni Maria), Benuzzi, Satta, Vagnoni, Quastini, Cotecasa, Picciaredda II (Francesco), Zandano, Esposito. Fu la prima vittoria in Serie C, un 1-0 più consistente di quanto sembri: ad Esposito venne annullata una rete ai più apparsa regolare e Rondello Spano al 52' parò un rigore salvando il risultato. Ma la vera novità fu quello che il cronista annota all'inizio del pezzo, quando ricorda che "per l'occasione vennero cuciti dalle tifosine degli scudetti speciali (4 Mori) sulle maglie bianche". Il nostro cronista che si sigla S.P.A., ma che in realtà è sempre Sergio Peralda, descrive simpaticamente gli eventi della prima vittoria. Tra l'altro annuncia il nuovo nome della squadra (Olbia) e dice anche che Vojak, l'allenatore avversario, aveva promesso una multa di cento lire, se i suoi avessero segnato meno di tre reti ai sardi. Nessuno ha mai saputo se questa sanzione sia mai stata attuata. Per l'occasione arrivarono tifosi anche da Calangianus e Tempio, "40" da Berchidda che chiariscono subito il concetto della loro presenza al corrispondente: "Oggi il Terranova è anche la nostra squadra". Ma ad Olbia, nella nuova Olbia, rinasce il fervore per la storia e le tradizioni della città. Simplicio Dejana rendiconta sul giornale dei diversi nomi storici di Olbia: Olbìa, Olbia, Fausania, Civitas, Terranova, e ancora Olbia. E la prima vera gara con questo nuovo-antico nome la squadra la disputa solo domenica 29 ottobre 1939 che, a tutti gli effetti è la vera e sicura data di nascita ufficiale del trinomio Olbia / Calcio/ Maglia Bianca. Per questo vogliamo trascrivere quella formazione che pareggiò in casa a reti inviolate col Sora: Rondello Spano, Francesco Picciaredda, Peppino Picciaredda , Mariolino Dejana, Adolfo Benuzzi, Diego Vagnoni, Paolino Careddu, Arturo Codecasa, Flavio Piras, Paolo Zandano, "bistecca" Esposito.
Per inciso ricordiamo che il primo nato della nuova Olbia fu un certo Romano Podda, figlio di Placido, venuto alla luce alle ore 0,20 del 28 Ottobre XVII E.F. (1939).

L’otto giugno 1930 a Terranova fu presentata la nuova motonave “Olbia”; fu D’Annunzio a proporre il nome di battesimo per ricordare la località dove Lucio Cornelio Scipione sconfisse la truppa Cartaginese. Il cavaliere Linaldeddu, podestà dal 1926 al 1932, fu un grande sostenitore del cambiamento di nome da Terranova in Olbia che fu poi ufficializzato nel 1939. Il cavalier Linaldeddu, nel 1931, aveva fondato un Ginnasio Privato che operò per un triennio preparando una ventina di ragazzi. Solo nel 1938 venne istituita in città la Scuola di Avviamento Professionale, l’unica esistente oltre alle Elementari. Fino ad allora, chi voleva proseguire gli studi, doveva avere la possibilità economica di recarsi fuori: a Sassari, Tempio oppure nei Collegi Salesiani di Lanusei o Santulussurgiu.
Negli Anni Trenta, fino al dopoguerra, c’erano due gruppi di Aviazione: uno di stanza al Fausto Noce dove ancora esiste il rudere della palazzina-comando. Infatti, era stato allestito tra le due guerre, un campo di fortuna dell’Aeronautica Militare proprio dove oggi sorge il Centro Polisportivo Angelo Caocci e l’altro all’Idroscalo che, all’epoca, si chiamava “Anfossi”. Nel 1930 era pilota all’Idroscalo il Tenente Pietro Bonacossa. Si distinse particolarmente nella Guerra d’Africa del 1936; era nella famosa squadriglia “La Disperata” comandata dal Conte Galeazzo Ciano, di cui facevano parte i due figli di Mussolini e Farinacci. Fu insignito della medaglia d’argento al valore militare e promosso ufficiale effettivo per meriti di guerra.
All’Idroscalo si tenevano feste date dal Comando Ufficiali, nacquero lì molti amori poi sfociati in matrimoni come quello Colonna-Manenti.
Nel 1938 moriva a Terranova Francesco De Rosa, nato nel 1854, maestro elementare ormai a riposo, conosciuto come “Mastro Ziccu”, personaggio straordinario, scrittore e poeta, appassionato di archeologia e di tradizioni popolari. Collaborò con diversi musei europei e riviste nazionali; era anche in corrispondenza con Grazia Deledda che lo incoraggiò nelle sue ricerche sugli usi e i costumi dei galluresi e dei terranovesi in particolare. Di questi ultimi descrisse efficacemente il carattere nel suo ormai famoso “Tradizioni Popolari di Gallura” del 1899. E per chiudere questo nostro viaggio nella piccola storia di Terranova, dagli Anni Venti fino al brutale scoppio della guerra, riportiamo alcuni estratti dall’opera del De Rosa.
A quasi un secolo di distanza, è interessante osservare come i tratti salienti del carattere, degli atteggiamenti e della mentalità dei vecchi terranovesi si sono tramandati agli Olbiesi di oggi:

“... Forti e coraggiosi, d’un coraggio che rasenta la temerarietà non guardano a pericoli, quando per necessità o fatalità vi si vedano esposti. Puntigliosi, caparbi, litigiosi, attaccabrighe, vendicativi, diedero origine a odi implacabili e inimicizie spesso secolari. Non pertanto si mostrano pieghevoli alla ragione e di cuore così magnanimo che facilmente riconoscono il proprio torto e perdonano ai nemici e agli offensori, quando ne vengono direttamente o per interposte persone richiesti... Poco ambiziosi, non s’abbassano ad accattar croci e titoli... Si mostrano poco inclinati ai severi studi e poco industriosi e intraprendenti: sia per naturale ignavia, causata dalla dolcezza di un clima inebriante; sia perché non regga loro il cuore di lasciare, neppure per brevissimo tempo un paese a cui sono teneramente affezionati.
Inclinano alla galanteria ed alle mode, che seguono oltre i limiti del possibile e del convenevole, e si mostrano golosi ed eccessivamente ghiotti, solleciti dell’oggi, noncuranti del domani. Inclinati al dolce far niente, al par dei popoli orientali, sono dediti ai giochi, ai passatempi, frequentando il teatro, i balli ed ogni privato e pubblico trattenimento... Fanno pure frequenti scampagnate, gozzovigliano spesso ed accorrono volenterosi ai caffè ed alle taverne. Hanno l’ospitalità per sacro retaggio, non badano a sacrifizi di sorta per accogliere convenientemente un amico, o chiunque cerca momentaneo ricovero nelle loro case. Prediligono il forestiero, sempreché non abusi della stima e della fiducia in lui riposta. Amanti della perfetta uguaglianza, non ammettono caste o ceti diversi fra le persone... Rispettano le altrui proprietà; onde raro avviene che un Terranovese si renda colpevole del furto o appropriazione indebita…


 

*Testo di Marella Giovannelli
pubblicato integralmente nell'Almanacco Gallurese del 1994/1995
ed. Chiarella Sassari.
Nota: Le parti in corsivo sono di Salvatore Zappadu

 
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